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18 maggio 2016

Schleiermacher al Giro

La bicicletta non è come altri sport. Non esiste nessun unico punto di osservazione dal quale è possibile vedere una gara ciclistica. Da una posizione fissa accanto alla strada, si può vedere  passare i corridori ma è impossibile dire che si sta chiudendo su chi, e il gruppo passa in un lampo. Considera l’attacco di Andrey Amador a 11 km dal traguardo durante la tappa di ieri. Dal lato della strada, sarebbe stato impossibile leggerlo.
Le moto TV ci hanno dato un senso dell’urgenza scritta nella sua espressione, e la forza fluida dei colpi di pedale, ma mancava il contesto più ampio della gara. Ci volevano le immagini dall’elicottero per capire la sua posizione rispetto a Jungels e gli altri, anche se, da lassù, i dettagli importanti – l’approfondimento del dolore, il calo della vitalitá dell’attacco – sono invisibili.
L’unico modo per capire la corsa, ieri e ogni giorno, è tramite cambi rapidi e ripetuti del punto di vista, ognuno dei quali dà qualcosa e toglie qualcos’altro. Il rimescolamento costante tra parte e insieme, il gioco incessante di visione e cecità, è al centro di quello che Schleiermacher ha chiamato il ‘circolo ermeneutico.’ In ogni momento, formiamo una comprensione preliminare, che dobbiamo poi modificare con ogni nuovo angolo di ripresa o dato grafico sullo schermo.
A un certo punto, quando il vantaggio di Amador su Jungels stava avvicinando un minuto, sembrava certo che il Giro d’Italia avrebbe avuto il suo primo leader della Costa Rica. Ma poit, all’improvviso, Amador è apparso sul rettilineo finale, con il gruppo dei favoriti appena dietro de lue spalle. Dopo tutto quello sforzo e tutta quella tensione, siamo di nuovo, quasi, dove siamo partiti, con un Giro totalmente aperto.
Insomma, l’accesso visivo diretto al ciclismo è un’illusione. È uno sport che si rivela alla mente, non agli occhi. Non c’è niente di più mediata di una totalità.
L’unica cosa che è assolutamente non mediata è la gioia della giovinezza. Ecco il vincitore della tappa di ieri, Giulio Ciccone, di 21 anni: “Sono un professionista di primo anno, quindi non avevo grandi aspettative, ma dalla mia prima gara in questa categoria sono stato bene, cosicche stavo già pensando as un primo successo, anche se di certo non pensavo che sarebbe venuto al Giro. Oggi il sogno che ho avuto tutta la mia vita si è avverato.”
E la nuova Maglia Rosa, Bob Jungels, di 23 anni: “Non sono così sperimentato nel correre con la Maglia Rosa addosso, quindi non so fin dove posso andare. Questo è uno dei più grandi momenti della mia vita e voglio mantenere questa maglia sulle spalle ancora un paio di giorni.”

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