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Il Colle delle Finestre e la straordinaria fuga solitaria di Froome

31/03/2022

Le 10 salite più iconiche della Corsa Rosa: il Colle delle Finestre

Dopo lo Zoncolan, lo Stelvio e il Gavia è ora il turno di affrontare il Colle delle Finestre.

Non perderti le altre salite! Scopri la sezione dedicata disponibile qui, dove per ognuna potrai trovare la storia, gli aneddoti e le statistiche più rilevanti.

Coraggio e follia

La mattina del 25 maggio 2018, Chris Froome aveva praticamente perso il Giro d’Italia.

Mancavano solo tre tappe, compresa la passerella finale di Roma, e il capitano della Sky era quarto in classifica generale a 3’22 dalla Maglia Rosa Simon Yates. Davanti a lui anche Pozzovivo e Dumoulin.

Quel giorno, prima della partenza, Froome pensò che arrivare quarto o undicesimo non gli avrebbe fatto molta differenza; che era andato lì per vincere e che ci avrebbe provato anche rischiando di perdere, ma facendo qualcosa di eccezionale.

La tappa che stava per iniziare gli offriva l’alleato perfetto per il suo scopo: la Cima Coppi del Giro, il Colle delle Finestre.

Una delle salite più dure d’Europa, sicuramente tra le più affascinanti coi suoi 18 km di strada che s’inerpica nei boschi tra la Val di Susa e la Val Chisone, dapprima in asfalto e poi, negli ultimi 8 km, sullo sterrato.

Eppure – mentre saliva sul palco del foglio firma, mentre stava in posa per le foto di rito e poi anche dopo, mentre si schierava sotto lo striscione di Venaria Reale in attesa del via – eppure una voce doveva esserci a sussurrargli all’orecchio: “Chris, il Colle delle Finestre è lungo e duro, ma finisce a 75 dall’arrivo, e poi? Va bene che dopo la discesa si attacca subito il Sestriere, ma poi? Dovrai affrontare oltre 30 km di falsopiano prima degli ultimi 9000 metri duri fino allo Jafferau. Sei sicuro, Chris?”

Ma Chris ormai era sicuro, ormai aveva deciso. Tutta la squadra era d’accordo. I suoi compagni avrebbero fatto il ritmo nel tratto in asfalto e appena messo le ruote sullo sterrato lui avrebbe attaccato. Lì avrebbe trovato ad aspettarlo i massaggiatori che ad ogni chilometro gli avrebbero passato borracce, barrette e tutto il resto.

Avrebbe trionfato o sarebbe naufragato. Tutto ciò che c’era in mezzo non gl’interessava.

Naturalmente gli avversari non sospettavano nulla di quel piano audace quanto folle, improbabile quanto meraviglioso.

Il primo che se ne accorse fu proprio Yates, la Maglia Rosa, in difficoltà già dalle prime rampe della salita, schiacciato dal ritmo imposto dai gregari del keniano bianco, prima ancora cioè che iniziasse l’attacco vero e proprio.

Sarebbe arrivato al traguardo con oltre quaranta minuti di ritardo, salutando Maglia e ogni velleità di classifica.

Nemmeno la moltitudine di tifosi accalcati sui tornanti di strada bianca potevano immaginarsi quello che stava per accadere.

Tanto che quando videro un corridore solitario apparire sotto di loro – alto e magro come i larici a bordo strada, la maglia bianca come la neve che ancora resisteva in qualche angolo di prato – molti di loro pensarono “Toh, guarda che brava la Sky, che coraggio, a mandare già in avanscoperta Wout Poels”.

Man mano che quel corridore si avvicinava e apparivano sempre più inequivocabili i gomiti larghi, la pedalata leggerissima e la testa un po’ piegata di lato, i tifosi dovettero fare uno sforzo per far combaciare la loro incredulità con quella realtà che mostrava loro l’impensabile, nel ciclismo moderno: a scattare a 83 km dal traguardo non era stato il miglior gregario del capitano.

Era proprio lui, Chris Froome.

Appena partito per quella che avremmo poi ricordato come una delle più grandi imprese degli ultimi decenni, una giornata di coraggio e follia che gli valse vittoria di tappa e Maglia Rosa.

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