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    Giro d’Italia 2021, Tappa 16: Sacile – Cortina d’Ampezzo. Una tavolozza di emozioni

    23/05/2021

    Tappa 16: Sacile – Cortina d'Ampezzo. Una tavolozza di emozioni

    Le montagne rosa e la Corsa Rosa erano destinati a incontrarsi. Un’inevitabile storia d’amore come quella che racconta ogni tramonto, quando il sole tinteggia le Dolomiti e rinnova la leggenda di Re Laurino e del suo giardino di fiori. Fu proprio nel roseto che Laurino si vide separato per sempre dall’amata principessa Similde e per vendicarsi lanciò una maledizione rendendo lo splendore del giardino invisibile agli uomini “di giorno e di notte”. Un sortilegio che si annulla nelle sole transizioni, all’alba e al tramonto, quando le montagne si colorano per l’enroṡadìra.

    Accolte dal Giro nel 1937, ben 72 anni prima di venire dichiarate patrimonio naturale dell’umanità dall’Unesco, le Dolomiti sono state spesso lo scenario per imprese epiche ma anche per crolli clamorosi. Una tavolozza di emozioni che conobbe bene Laurent Fignon, a cui le Dolomiti regalarono un trionfo e un’odissea. Fu sfidando la neve tra Marmolada e Pordoi che conquistò il Giro ’89, chiudendo la ferita di cinque anni prima quando perse la maglia rosa all’ultima tappa e lanciandosi verso un Tour che sarebbe sfumato in modo ancor più crudele. Fu sotto la pioggia del Giau che Fignon nel ’92 aprì il proprio commiato dal Giro.

    Il giorno successivo, la Rai trasmise un video che immortalava impietosamente quella crisi.

    Fignon, la cui calvizie relega solo pochi capelli rimasti nell’immancabile codino biondo, transita sul Giau, a 50 chilometri dall’arrivo, già staccato e contrariato. Prova a indossare una mantellina bianca bofonchiando, mangia qualcosa che non basta a placargli ne’ la fame ne’ il freddo. A metà discesa dà il bis. Si ferma, mangia di nuovo e indossa una nuova mantellina. Poco convinto da quella bianca, la la scambia con la giacca coloratissima del compagno Dirk De Wolf: tinte verdi, rosse e viola si stagliano tra i prati bagnati. Ma non basta una tenuta più accesa per uscire dal buio: sul Falzarego e sul Campolongo Fignon deposita l’intero suo destino nelle mani del compagno. De Wolf, che poche settimane prima aveva vinto la Liegi-Bastogne-Liegi diventa il più umile dei gregari: prima a parole, poi a spinta. I due salgono sghembi: il fiammingo tiene la mano destra sulla schiena del francese, risalento una strada lungo cui l’acqua scende a cascatelle, come un torrente.

    Al traguardo di Corvara i due compagni di squadra arrivarono con le transenne smontate e le strade riaperte, 44 minuti dopo il vincitore Franco Vona, accompagnati dagli incoraggiamenti e dagli sfottò degli automobilisti in coda. Eppure Fignon concluse il Giro e 40 giorni dopo il Giau firmò l’ultimo capolavoro in carriera con una fuga di 100 chilometri al Tour.

    Dopo gli infiniti otto secondi del Tour ’89, Fignon non ha più avuto paura di mostrare la propria sofferenza: il ciclismo non avrebbe potuto dargli un dolore più grande. Lo raccontò in una magnifica autobiografia, opera in cui la crisi del Giau non trova alcuna menzione. Quella è rimasta un affare tra lui, De Wolf, le Dolomiti, affidata a un cielo grigio che non concesse nemmeno la grazia finale di un’enroṡadìra.

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