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Cronisti per un Giorno

23/10/2020

Asti e i suoi vincitori

Asti, 23 ottobre, dalla sala stampa del quartier tappa seguo in diretta i partecipanti al Giro d’Italia, intorno a me svariati giornalisti di professione. A causa del maltempo gli sportivi sono partiti alle 14:30 da Abbiategrasso anziché da Morbegno e il percorso si così ridotto a 124,5 chilometri, e quella che doveva essere la tappa più lunga è diventata la più corta.
La frazione che devono ora percorrere è estremamente pianeggiante, cosa che avvantaggerà i velocisti. E infatti sin dall’inizio i tre corridori Pellaud, Cerny e Campenaerts si distaccano dagli altri e pedalano ad alta velocità verso il traguardo volante di Vigevano. Dopo poco tempo hanno accumulato un discreto distacco, altri 11 ciclisti li raggiungono poco dopo. Alle loro spalle il gruppo sfreccia attraverso le terre del riso a 55 Km/h con i francesi di FDJ, già vincitori di 4 tappe, che si posizionano dietro gli uomini nella Bora. Dopo alcuni chilometri la fuga ha già guadagnato 1’15 di vantaggio, poi 1’20. A metà gara il gruppo inizia a perdere velocità e alle 15:48 la Bora alza bandiera bianca. Sul volto a Sagan si legge il suo dispiacere: avrebbe voluto minacciare la maglia ciclamino di Démare ma quando nessuna squadra ha dato il cambio alla sua ha dovuto rinunciare alla sua ultima possibilità.
Il gruppo rallenta ulteriormente, i 14 in fuga sono ormai lontani, saranno loro a giocarsi la tappa. In testa alla fuga ci sono Carboni, Haas, Cerny, Pellaud, Mathis. Sunweb guida il gruppo maglia rosa.
Mentre la corsa entra in Piemonte i fuggitivi iniziano a scattare, per primo Campenaers, seguito da Mathis e dagli altri. Si avvicinano al traguardo volante di Masio-Abbazia, che spezza l’omogeneità del percorso con le sue strade scoscese, e qui Campenaers anima la gara con un secondo scatto, questa volta portandosi dietro solo altri cinque rivali. Ecco Cerny che corre! Si distacca inseguito da altri quattro, è in testa. Mancano solo 20 Km, Asti attende, attendiamo con lei. Dieci chilometri, cinque, quattro, inizia a stancarsi, può farcela, entra in Asti, all’ultimo chilometro scatta Campenaers ma è troppo tardi, Cerny ha vinto! Gli astigiani lo salutano, loro e una bicicletta.
Quella di un ciclista leggendario, un ciclista che spiccava per coraggio, determinazione e astuzia sugli altri rivali, un uomo che solo la prima guerra mondiale e la tarda età poterono separare dalle gare, un ragazzo che all’età di 15 anni si ritrovò con una medaglia di bronzo in tasca, uscito di casa quel giorno senza neanche sapere che le gare ciclistiche esistessero. Sto parlando di Giovanni Gerbi, il diavolo rosso. Uno sportivo che senza dubbio correva al massimo delle sue capacità e con una strategia quasi infallibile: la fuga. Proprio come quella che ha portato Cerny alla vittoria. Ottenne il suo soprannome quando, proprio durante una fuga, attraversò a gran velocità una processione funebre con il suo maglioncino rosso indosso «Chi è quello? Il diavolo?» gridò il parroco. Diavolo con i preti, ma anche e soprattutto con gli avversari, adottava stratagemmi poco etici che andavano a penalizzare gli avversari: si faceva trainare dai sidecar, faceva gettare chiodi sulla strada, una volta prese persino accordi con il casellante di una ferrovia per fare abbassare il passaggio a livello dietro di lui. Queste diavolerie, unite a un grande talento e a una superba tenacia lo portarono a tagliare primo i traguardi di molte gare, persino ferito, febbricitante, o così in anticipo che non era ancora stato allestito il traguardo. Quest’uomo così poco etico è diventato parte della storia della città, tra i protagonisti di un’epoca del ciclismo passata e mitica, anche se non un esempio di fair play. Ma eccolo, Josef Cerny, all’arrivo, e insieme agli astigiani c’è una delle Bianchi di Gerbi, appesa al muro di una chiesa sconsacrata, che saluta un ciclista che non ha avuto bisogno di barare.

Marco Mingrone
Liceo classico Vittorio Alfieri – Asti

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