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8 maggio 2016

NIJMEGEN, DOVE LE OSTILITÁ FINISCONO

L’armata francese di Démare oscilla verso destra. Gli uomini di Kittel passano con forza, e poi il gigante tedesco seleziona il momento giusto per sguinzagliare la forza devastante della sua accelerazione. È la 12a vittoria dell’anno.

Questa guerra senza gli spari è ambientata in una città – Nijmegen, quella dell’arrivo di ieri – celebre per i ponti e gli accordi di pace. Tra il 1678 e il 1679, un numero impressionante di nazioni litigiose – Francia e Spagna, Svezia e Danimarca, Brandeburgo, il Vescovato di Münster, la Repubblica olandese, il Sacro Romano Impero – hanno sigillato una serie di trattati che ha posto fine a un numero altrettanto sorprendente di guerre: la franco-olandese, la terza anglo-olandese, la Guerra di Scania, e alcune delle cosiddette guerre del Nord… un coacervo di guerre, l’una dentro l’altra, talmente fitto che scucirle è quasi impossibile.

Niente a che fare con una corsa ciclistica moderna!

Corridori di 34 nazionalità hanno iniziato questo Giro d’Italia, che ha posto francesi contro spagnoli, svedesi contro danesi, ma anche colombiani contro kazaki e norvegesi contro neozelandesi. E non è che l’inizio: solo negli sprint, un Marcel e un André, nessuno dei due francese, sfidano un Sacha e un Sonny (ma senza un russo o un americano tra i due), per non parlare di un australiano di madre coreana (Caleb Ewan), un italiano di lingua polacca (Jakub Mareczko), e un olandese di nome Moreno (Hofland – il cui fratello si chiama Fausto), tutto senza alcun spreco di polvere da sparo.

Scalatori peso mosca combattono contro puncheurs da peso massimo. Nazioni con le loro tradizioni e stili di corsa competono sulle stesse strade. Le differenze di fisico, di temperamento e di cultura determinano lo svolgersi della corsa e danno al gruppo, e allo sport stesso, il suo carattere unico.

Lo stesso Giro d’Italia non è del tutto italiano. Queste tappe olandesi rappresentano 390 dei 3,463 chilometri del Giro. Le tappe 19 e 20 portano il gruppo in Francia per 168 chilometri. E la tappa di oggi ha visto un altro attraversamento di confine, quasi inavvertito, tra il traguardo volante di Berg An Dal al km 146.8 (vinto dal ragazzo di casa Maarten Tjallingii, che si ritirerà il 30 giugno dopo una carriera da baroudeur) e la salita di 4a categoria, sempre a Berg An Dal (vinto da Omar Fraile, Re della Montagna della Vuelta dell’anno scorso). I due punti si trovano a duecento metri di distanza l’uno dall’altro in linea d’aria ma a 3.4 km via il percorso della tappa, che è stato obbligato ad una piccola escursione di 1800m in Germania per poter racchiudere ambedue le località nella tappa.

Per il ciclismo, i confini non sono limiti ma linee che vanno attraversate. Varcare le frontiere risiede nella sua essenza. La sua qualità ammaliante proviene dal completamento di un viaggio e l’attraversamento di una soglia, che puó essere scalare una montagna, passare da una città a un’altra, transitare tra aree linguistiche o dialettali differenti, sempre con scene di grande celebrazione, che rilasciano in ogni singolo luogo quell’energia psicofisica che solo una carovana ciclistica può fare.

È una delle lezioni paradossali della storia: che il confronto e il conflitto alla fine tessono storie e identità condivise da nemici storici giurati. In un’epoca dove i confini stanno diventando muri d’esclusione e le differenze premono come non mai, il mondo ha bisogno delle Nijmegens, di confini attraversati, e del ciclismo – che, nel profondo, è un mezzo che aiuta l’umanità a vivere senza divisioni.

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